/ CONFRONTO LIBERALE, ARTICOLI, SCRUTON, ELIOT, DEMOCRAZIA

Scruton, Eliot e i processi democratici

Non vogliamo dubitare in questa sede che il regime democratico sia il miglior sistema politico attuabile e preferibile oggigiorno nel nostro Occidente. Sebbene possa essere opinabile, per adesso accoglieremo la tesi secondo cui la democrazia è il fiore all'occhiello di tutti i sistemi politici partoriti dalla storia europea. Ma concedeteci che anche nel più bel giardino che conoscete viene fatto buon uso di diserbante, e se di questo giardino la democrazia è la rosa più bella, non possiamo comunque ridurre un intero spazio verde a soli roseti.

Con questa immagine proponiamo a chi si occupa di istruzione, di lavoro e soprattutto di cultura, dalla letteratura all'arte fino al giornalismo, di immaginarsi un'alternativa possibile ai processi democratici, al diritto democratico alla parola, confinandoli là dove è la loro sede: nei Palazzi.
Sappiamo di tornare con una sfida non nuova, anzi. E' una provocazione che affioro molti decenni fa, ma continua a essere proposta da pensatori dello spessore di R. Scruton e noi la accogliamo e la rilanciamo perchè ancora non ha trovato degna risposta.

Proprio il filosofo inglese nel suo libro di recente pubblicazione 'Manifesto dei conservatori' porta l'attenzione su una delle prime critiche all'impoverimento della cultura a opera del sistema illuminista e liberale. La critica, di rara lucidità e lungimiranza, visto che fu scritta nei primi decenni del Novecento, merita di essere letta in quanto proviene da un figlio della prima democrazia e un padre della poetica moderna, l'americano Thomas Stearn Eliot: 'Quando il poeta si trova in una età nella quale non c'è aristocrazia intellettuale, quando il potere è nelle mani di una classe così democratizzata che, mentre rimane tale, si pone come rappresentante dell'intera nazione; quando le uniche alternative sembrano essere il parlare a un cenacolo o fare un soliloquio, le difficoltà del poeta e la necessità della critica diventano maggiori' (da 'L'uso della poesia e l'uso della critica').

Roger Scruton parla di clichè ottusi e incuranza nei confronti delle parole, che fanno sì che la cultura non possa essere affidata ai processi democratici. 'Eliot è cresciuto in una democrazia e ha ereditato quel grande bene dello spirito pubblico che è il dono della democrazia americana al mondo moderno. Ma non era democratico nei sentimenti (…)'.
Il poeta mette i critici in allarme: 'per Eliot nasce da qui (dalla democratizzazione della cultura n.d.r.) l'accresciuto valore dei critici nel mondo moderno: sono loro che devono agire per recuperare cio che l'aristocratico ideale del gusto generava altrimenti in modo spontaneo: un linguaggio in cui le parole siano usate in tutto il loro pieno significato per mostrare il mondo com'è, senza appannarlo in una foschia di sentimenti oppresso da clichè.

Chi è stato cresciuto con sentimenti vuoti non ha armi per affrontare la realtà di un mondo abbandonato da Dio: cade immediatamente dalla sentimentalità nel cinismo, e così perde il potere sia di fare esperienza della vita sia di viverla con le sue imperfezioni. (…) Il proposito della cultura è di conservare l'osservazione intelligente del mondo umano, quella cosa sfuggevole che è detta 'buonsenso': l'abitudine al giusto sentimento. Il barbarismo non scaturisce dalla perdita delle abilità o della conoscenza scientifica della gente, nè lo si evita mantenendole: nasce da una perdita di cultura, visto che è solo attraverso essa che le realtà importanti possono essere veramente percepite.'

L'analisi di Scruton non ha per oggetto l'opera del poeta americano (americano, ma europeo nei sentimenti e nello stile), bensì il pensiero di un conservatore moderno, attento alle dinamiche del suo mondo e del suo tempo. Perchè conservare non significa congelare: congela colui che teme di restare 'a secco' di idee, mentre chi conserva mantiene in ordine, elimina superfetazioni e zavorre e raccoglie nuove perle che incontra per strada. Come T.S. Eliot, appunto, che non si è fermato al passato remoto ma ha saputo cogliere le esperienze più vicine.
La democrazia non è uno strumento culturale; culturalmente ha portato solo il diritto universale di parola, di cui abbiamo esempi quotidianamente, piantata dove non era necessaria ha seccato il suolo.

La quantità di coloro che esprimono la propria opinione non è garante della qualità di quello che viene detto, e non parliamo delle singole idee, ma dello spessore da cui scaturiscono, spesso impalpabile.
Nonostante che decenni di democratizzazione abbiano avvolto le rovine della cultura occidentale - come nei giardini alla John Ruskin -, si sente ancora qualcuno che chiede più democrazia nelle sedi non deputate a questa.
Abbiamo così visto crescere un sentimentalismo e una morale democratizzate, le abbiamo viste vincere a Sanremo e nei concorsi letterari, impugnare nei salotti di intellettuali come nelle conversazioni da bar per poi tornare nei Palazzi, svilendo ogni argomento, abbassando ogni prospettiva e ambizione. Si tratta ora di evitare che la cultura democratizzata venga ulteriormente premiata.

Saba Zecchi