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L'Ultima Cena di Leonardo da Vinci attraverso i secoli

"L’Ultima Cena" di Leonardo da Vinci attraverso i secoli
La storia travagliata del capolavoro vinciano



Nella seconda metà del XV secolo la chiesa e il convento domenicano di Santa Maria delle Grazie a Milano, erano stati oggetto di una cura particolare da parte del duca della città Ludovico il Moro. Questi intendeva trasformare questo ambiente in un complesso monumentale celebrativo del suo governo e la sala del Refettorio rispondeva benissimo a questo compito, essendo un ambiente lungo e spazioso.

Nelle parti affrontate sui due lati minori si prevedeva un programma iconografico incentrato sul tema eucaristico dell'Ultima Cena e sulla Crocifissione che fu compiuta nel 1497 da Donato di Montarfano. Restava la parete di fronte per la quale fu chiamato Leonardo da Vinci, dopo essere stato ritenuto il più adatto a rappresentare un soggetto tanto caro alla pittura toscana del '400.


"L'Ultima Cena" rappresenta la reazione alle parole di Gesù: "Uno di voi mi tradirà".
Il tema simbolico dell'istituzione dell'Eucarestia fu così rielaborato originalmente da Leonardo e inserito in una precisa narrazione drammatica dell'evento. Dietro la lunga tavola imbandita si agitano stupiti gli apostoli e con i loro movimenti contrastanti, creano quattro gruppi ternari tra cui emerge al centro la figura isolata di Gesù. La scena è poi inserita in un reticolo prospettico, composto da una lunga sala spoglia che si conclude con una grande porta tra due finestre aperte sul paesaggio.

Leonardo eseguì l'Ultima Cena con una tecnica nuova; non scelse di dipingere "a fresco", perchè si trattava di una tecnica che imponeva veloci stesure di colore prima che l'intonaco si asciugasse, impedendo così una realizzazione lenta e con aggiunte progressive, mescolo invece la tempera all'olio, sovrapponendo il tutto a due strati di intonaco per ottenere una superficie liscia e levigata. La tecnica era rivoluzionaria ma si rivelo ben presto rischiosa, perchè fu applicata in cattive condizioni ambientali, in quanto il muro del Refettorio aveva un alto grado di umidità che altero i colori e provoco il distacco della pellicola pittorica.

Per secoli il Cenacolo apparve come il fantasma di sè stesso e nel tempo si è tramandata più l'idea dell'originale tramite le copie degli artisti, che la vera immagine. E poi gli scritti dei tanti visitatori che hanno visto il Cenacolo durante i secoli, testimoniano la graduale decadenza del dipinto aggravato inoltre dai restauri, nelle cui intenzioni volevano recuperare e portare alla luce l'originaria pellicola pittorica, ma poi si sostituivano al genio di Leonardo ridipingendo tutta la superficie.

Pochi hanno avuto la fortuna di vedere il vero dipinto di Leonardo, infatti negli ultimi anni di vita di questo ultimo, esattamente nel 1517, Antonio de Beatis dice che il dipinto "già incomincia ad guastarse". Anche Vasari, che vede l'Ultima Cena in una visita a Milano nel 1566, scrive nel referto: "non si scorge più se non una macchia abbagliata". Altre considerazioni sul cattivo stato di considerazione si sono susseguite nel XVI e XVII fino al 1720, quando due eruditi inglesi Richardson e Misson, visitano la città e in seguito alle loro osservazioni sul dipinto, si ha il primo intervento di restauro documentato sull'Ultima Cena; anche se dall'ultimo restauro della società Olivetti si sono rivelati interventi più antichi come la rimozione della polvere o manomissioni come l'apertura della porta al centro della parete nel 1632.

Dalla prima metà del '700 fino al 1952, si susseguiranno ben sei interventi di restauro che andranno a sovrapporsi all'originaria pellicola pittorica. Questi interventi rispecchiavano anche la cultura del tempo, ricordiamo che per tutto il XIX secolo restauro significava rifacimento e solo con il XX secolo si ebbe veramente coscienza dello stato di conservazione del Cenacolo e allora il restauro significo soprattutto conservazione.

Per quanto riguarda il primo intervento, il priore del convento Padre Tommaso Bonaventura Boldi accetto nel 1726 la proposta di Michelangelo Bellotti che diceva di possedere "un segreto per aiutare a cavar fuori l'eclissata pittura".

A restauro concluso dopo le immediate reazioni positive, l'intervento apparve un lavoro di totale rifacimento pittorico; addirittura la sottostante originaria pittura era stata pulita con del corrosivo! A metà del XVIII secolo fu ben chiaro che dopo l'intervento del Bellotti e del trascorrere del tempo sul dipinto, non era più possibile percepire la vera bellezza dell'Ultima Cena di Leonardo senza ricorrere a un lavoro ricostruttivo e interpretativo.
All'interno del rinnovato fervore culturale milanese, di cui fu promotore il Governo Austriaco, va sottolineato nel 1770 l'intervento di Giuseppe Mazza, che raschio con ferri le ridipinture, pulì parzialmente la superficie con un mordace detersivo e ridipinse la superficie.

Negli anni seguenti il Cenacolo vide l'occupazione delle truppe francesi nel Refettorio, che si trasformo in un vero e proprio accampamento militare dove i soldati non si preoccuparono di accendere fuochi e addirittura di lanciare mattoni contro le figure di Leonardo su cui rimasero le tracce. Per impedire altri atti vandalici, il pittore Giuliano Traballesi riuscì a far murare la porta d'ingresso del Refettorio e non manco di notare che "essendosi maggiormente separato il dipinto dalla muraglia ... appena si sostiene".
Il Governo Napoleonico incarico così Andrea Appiani di presentare un progetto per il restauro. Questi nel 1802 fece un sopralluogo nel Refettorio, registrando le conseguenze dovute all'occupazione militare e inoltre la caduta di alcuni frammenti di colore. L'Appiani pero cedette l'incarico a Giuseppe Appiani di Monza, ma il restauro vero e proprio non inizio ancora, la preoccupazione più importante fu quella di creare una copia in mosaio dell'Ultima Cena e il pittore incaricato di eseguire il cartone preparatorio fu Giuseppe Bossi che, oltre a svolgere il suo lavoro, fece murare delle finestre, realizzo all'interno del Refettorio una grande stufa, creo un ponte stabile di legno davanti alla pittura e un "toro"in mattoni che doveva chiudere la composizione in basso; tutto a danno inevitabile del dipinto.

Dal 1818 fino agli inizi del terzo intervento di restauro ad opera del Barezzi nel 1821, si susseguirono una serie di tentativi di salvataggio del dipinto, che vedono sulla scena personaggi quali il conte di Strassoldo, il Presidente dell'Accademia di Brera, il Presidente del Governo e naturalmente il Barezzi, che proponeva a questi lo strappo di alcune parti del dipinto per meglio studiarne la superficie.
Ricordiamo che questi sono anni in cui si sta sviluppando in Italia la tecnica degli strappi di affreschi e pitture murali. In un primo momento fu proposto lo strappo delle due figure di Ludovico il Moro e della moglie dipinte da Leonardo sul dipinto di Donato di Montarfano, ma si scoprì che sotto vi era un altro dipinto e l'esperimento fu fatto direttamente sull'Ultima Cena: una parte della tovaglia e un'altra parte della stessa tovaglia con una mano. Ma prima di procedere al distacco si reputo opportuno pulire la superficie: "perchè altrimenti, siccome ora il muro su cui è dipinto il Cenacolo resta coperto di tanti strati di colori quanti furono i pittori che anticamente hanno manomesso a quest'opera, così pare evidente che la preparazione della materia destinata a levare il colore, leverebbe i primi strati e lascerebbe aderenti al muro gli altri più importanti". Così il Barezzi asporto con un primo intervento con acqua calda e con un secondo le ridipinture e consolido il colore su tutta la superficie con tele imbevute in ingrediente come per lo strappo. In realtà quello di Barezzi fu uno sperimentalismo sfrenato, che in certi casi divenne vandalismo, in quanto aveva delimitato le zone da trattare con profonde incisioni della tovaglia sotto la figura di Cristo, dove ci sono anche rappezzi di cera colorata fatti per riparare i danni subiti dal mancato strappo.

Gli interventi conservativi del XX secolo sull'Ultima Cena sono causati da legittime preoccupazioni di conservazione e tutela e in questa atmosfera tra il 1903 e il 1908 a tre riprese si colloca il quarto intervento di restauro a opera di Luigi Cavenaghi. La sua è soprattutto un'operazione meccanica: su tutta la superficie asporta gli adesivi e la polvere con pennelli, asporta parzialmente le ridipinture e consolida la pellicola pittorica iniettando sotto il colore mastice. Ma questo materiale per fissare il colore si dissecco, causando il distacco della preparazione e del colore e portando ad un nuovo restauro nel 1924 sotto la direzione di Silvestri.
Questo intervento fu circoscritto al consolidamento parziale della superficie pittorica, iniettando sotto il colore resina molle e stirando con due rulli, uno caldo di ferro e uno di gomma. Ma già dopo un decennio alcune particelle di colore si sollevarono ai bordi e si decise di fare un'indagine fotografica ed esaminare chimicamente la composizione di alcune parti di colore.

Un altro fatto aggravo la cattiva conservazione del dipinto: il 16 Agosto 1943 una bomba colpì il Refettorio esponendo così il Cenacolo alla polvere e alle intemperie e la ricostruzione del nuovo muro determino una forte concentrazione di umidità, che ando ulteriormente a compromettere la conservazione del dipinto.
Non appena possibile nel 1947 Mauro Pelliccioli potè riparare l'Ultima Cena. Su tutta la superficie asporto la polvere, gli stucchi e le ridipinture, dopo aver consolidato l'intonaco con iniezioni di caseina e il colore con gomma lacca decerata e diluita in alcool, ridipinse parzialmente e ritocco con tempera a caseina.
Nel 1976 e fino al 1996-97 si svolge l'ultimo restauro sul Cenacolo, con l'entrata nel 1982 della società Olivetti. Il restauro era iniziato con fasi di tensioni in quanto la Sovraintendenza ai Monumenti si occupava del muro, la Sovraintendenza dei Beni Artistici aveva ivece la cura della figurazione pittorica e lo stesso direttore dell'Istituto Centrale del Restauro di Roma Giovanni Urbani mostrava, a causa dei danni subiti e dal cattivo stato di conservazione del dipinto, un profondo scetticismo nei confronti di ogni intervento. In questi anni si succedettero tre responsabili del restauro, Stella Matalo, Pinin Brambilla Barcilon che studio scrupolosamente le copie del Cenacolo, Carlo Bertelli che decise il vero metodo di restauro e Umberto Baldini che si occupo soprattutto di preservare l'opera da un degrado futuro.
Un lavoro difficile e soprattutto lungo se si pensa che durante il restauro sono cambiati ben undici Ministeri per i Beni Culturali.

Lo scopo del restauro era recuperare quello che restava del dipinto di Leonardo, rimasto nascosto sotto un mosaico di sovrapposizioni di vari strati di colore, in quanto i vari restauri avevano rimosso solo in parte le precedenti ridipinture, impedendo così il formarsi di una stratificazione uniforme, che ne avrebbe facilitato l'identificazione. Oltre a questo le mani dei restauratori del passato hanno avuto poco rispetto per il dipinto, avendo usato per la conservazione materiali che si sono poi rivelati dannosi: solventi, resine, cere, detersivi per le puliture, vernici, oli e gomma lacca. Ma la più grave alterazione è stata causata dalle due ridipinture settecentesche di Bellotti e Mazza.

Oltre ai problemi causati dai vari interventi nel tempo, i restauratori hanno dovuto anche misurarsi con problemi riguardanti il supporto e l'ambiente del Refettorio. Nel corso dei secoli si era formato un fenomeno di condensa, in tratti più o meno lunghi si erano ramificate delle crepe e in alcuni punti c'era stata mancanza di adesione fra intonaco e supporto murario.
Il "punto debole" del dipinto era la preparazione che, essendo di natura molto porosa, risultava particolarmente sensibile all'umidità, e favoriva il processo di decoesione dall'intonaco. Numerose erano le cadute, più evidenti nella fascia superiore e in una fascia discontinua che percorreva orizzontalmente la parte destra del dipinto all'altezza delle figure, dove a causa dell'umidità le particelle di colore sollevandosi e cadendo, portavano via imprimitura e preparazione.
Uno strato superficiale di polvere aveva poi offuscato completamente il dipinto al punto da renderlo illeggibile e sotto la polvere giaceva uno strato di sporcizia formato da precedenti interventi di fissaggio.
Tutto questo è quello che si presento ai restauratori. Le esigenze primarie erano quelle di un'esatta valutazione dello stato di conservazione del dipinto e quelle di riconoscere la materia originale.

La prima operazione fu quella di far aderire i frammenti di colore, sollevati ai bordi, usando lo stesso metodo adottato nel 1945 da Pelliccioli, ossia iniettare gomma lacca decelerata in alcool. In seguito, dopo i test di prova, si è pulito a più riprese con un solvente, applicato su carta di lino giapponese che togliendolo portava via con se' gli strati di beveroni, verniciature e ridipinture.
Inoltre sono stati tolti i vecchi stucchi e lo strato di cera sotto la figura di Cristo. Grazie alla pulitura è stato poi possibile riottenere un riequilibrio nella lettura dei dettagli, volumi e intensità espressive che si credevano ormai perdute. Ma ai fini di una maggiore leggibilità e unità dell'immagine, è stato scelto di integrare le lacune abbassando tonalmente la parte mancante a "neutro" con acquarello.
Senza dubbio dalla grande superficie scura che si presento ai restauratori, è stato recuperato un capolavoro assoluto che si credeva perduto per sempre dai rifacimenti e dai danni subiti. E' stato un intervento di restauro che è riuscito a far trasparire la vera mano di Leonardo e l'immagine che oggi possiamo ammirare è ben lontana dallo stereotipo che vedevamo prima.