La rabbia e il ricordo
“Lo scorso anno eravamo allibiti, increduli eppure certi della logicità di questo
epilogo, di questa parabola discendente, di una storia che non poteva che finire così.
Colpire un Simbolo significa sempre e comunque colpire un uomo. Colpevole
di cosa poi?
Di aver vissuto in un mondo seguendone le sue regole?”
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Nel primo anniversario della morte di Marco Pantani, si celebra il
ricordo di un campione indimenticabile per coloro che hanno avuto l'onore di
seguire le sue gesta.
Perchè il Pirata ha vinto tanto: un Giro d'Italia e un Tour de France nello
stesso anno('98), numerosi podi nelle corse a tappe più importanti e altre
grandi imprese nelle tappe più belle, quelle impossibili, quelle di montagna.
Ma quello che ha fatto innamorare un intero paese e non solo (ci sono siti a
lui dedicati in tantissimi paesi) non sono stati i suoi numeri, le sue fredde
statistiche bensì quell'alone, quell'aura di grandezza e allo stesso tempo di
semplicità che questo ragazzo aveva.
La gente, consapevole o no, la percepiva e lo amava per questo.
Lo adorava nei momenti di gloria; continuava a seguirlo con affetto e a volergli
bene nei momenti difficili.
Come quando si spezzo una gamba contro un auto alla Milano-Torino o quando cadde
per l'attraversamento di un gatto ma soprattutto quando a Madonna di Campiglio
fu escluso dal Giro per valori elevati di ematocrito.
A detta di molti, iniziarono lì i problemi esistenziali di Marco; queste sono
cose che non sapremo mai con certezza.
Quel che invece è certo è la vergognosa gogna giudiziaria cui fu costretto il
Campione negli anni seguenti, quella pantomima degna di Charlot in cui era
evidente lo scopo da parte degli inquirenti di colpire il simbolo di un
movimento, quello ciclistico e di un mondo, quello sportivo in generale, in cui
il sospetto di doping sistematico sembrava farsi sempre più invadente.
Vi furono due processi penali, oltre alle innumerevoli inchieste sportive, una
lungaggine giudiziaria che non finiva mai.
Molti si fecero pubblicità a spese di Marco, molti ora devono riflettere e farsi
un esame di coscienza sulla sua fine.
Perchè se è vero che le cause fisiche della sua morte sono altre, quelle più
profonde, le motivazioni di quel suo epilogo quasi autodistruttivo vanno
probabilmente cercate in quei giorni lì, trascorsi in tribunale anzichè in bici.
Se poi pensiamo che molto spesso si assiste a casi di giustizia molto lassista
nei confronti dei veri criminali mi sembra si sfiori il kafkiano davvero.
Peraltro appare, a mio avviso, anche discutibile l'intento di colpire un
fenomeno, il doping, partendo dal vertice di uno sport piuttosto che educare i
ragazzini che già assumono quelle sostanze a 15 anni.
Colpire un Simbolo significa poi sempre e comunque colpire un uomo, colpevole
di cosa poi? Di aver vissuto in un mondo seguendone le sue regole?
Lo scorso anno eravamo allibiti, increduli eppure certi della logicità di questo
epilogo, di questa parabola discendente, di una storia che non poteva che finire così.
Quest'anno è invece il momento del ricordo di un grande Campione e delle sue
gesta, del ricordo di un Simbolo: il Simbolo delle imprese impossibili, del
cuore gettato oltre l'ostacolo senza alterigia o superbia.
Fermiamoci un secondo, a riflettere e a ricordarlo, pensando anche al motto
della Fondazione Marco Pantani, che nel suo nome si occupa di iniziative
benefiche: "Quando un sognatore se ne va, rimangono i suoi sogni".
Damiano Agati
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