Iraq anno zero. La vittoria dei volenterosi

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</br>“A capo del governo siederà Ibrahim Jaafari un medico proveniente da una importante famiglia religiosa che ultimamente ha mutato la propria posizione riguardo le forze americane nel paese, dichiarando la necessità della loro permanenza per evitare una guerra civile.
In Occidente l' esito delle elezioni irachene è stata una vera e propria doccia fredda per tutti coloro che hanno deriso gli americani e sperato fino alla fine nel loro fallimento.
Hanno precisato che 'l' intervento militare rimane sbagliato, perchè la democrazia non si esporta con le bombe'.
Non è certo un comportamento nuovo, ma bensì il comportamento di chi era ( ed è ancora ) comunista fedele a Mosca, di chi predicava ' meglio rossi che morti ' sognando in cuor suo questa trasformazione dell'Italia.
Bisogna anche capirli: persone che hanno visto crollare tutto il loro impianto ideologico nutrito e diffuso per generazioni, proprio a causa degli Stati Uniti d' America, non possono non nutrire rancore e disprezzo per chi ha distrutto le loro illusioni giovanili..”
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</br><p><img src=”http://www.ultimathule.it/images/articoli/iraq.jpg” align=left>
<p>Il 30 gennaio 2005 rimarrà probabilmente una data storica per il nuovo Iraq. Le elezioni per il nuovo parlamento iracheno si sono svolte sotto la minaccia dei terroristi che operano nel paese e cercano di minare il processo di democratizzazione dell' Iraq. Gli esperti in disastri ( probabilmente abituati dall' averne sostenuti tanti ) avevano già emesso le loro sentenze : le elezioni saranno un disastro, una farsa, causeranno una guerra civile ecc. ecc.
A queste elezioni avevano creduto i paesi della 'coalition of willing' intervenuti per liberare l' Iraq da Saddam, ci avevano creduto paesi alleati intervenuti nel dopoguerra come l' Italia e l' Australia.
I militari alleati, che presidiano il territorio iracheno e garantiscono un minimo d' ordine e la ricostituzione delle forze di polizia facendone le spese con alto numero di vittime, si sono ritagliati sul campo gli onori di protagonisti del processo democratico.
Naturalmente i veri eroi si sono dimostrati i cittadini iracheni che, nonostante le minacce di terroristi come Al Zarqawi, hanno deciso di praticare il loro diritto all' autogoverno e al rispetto delle libertà, diritto riacquistato dopo decenni di dittatura terroristica.
L' affluenza al voto si assesta al 60 %, una percentuale che significa vittoria per chi crede che per la democrazia non ci sia chi è 'pronto' e chi no.
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Come previsto l' affluenza dell' etnia araba è stata alta per i fedeli sciiti e bassa per i sunniti, come alta è stata l' affluenza dei curdi.
Il numero dei voti totali è di 8.456.266 con 275 seggi parlamentari da assegnare.
La maggioranza dei voti, 4.075.295, è stata appannaggio della 'Lista 169', l' alleanza sciita appoggiata da Al Sistani, che si aggiudica così 140 seggi. Al secondo posto si piazza l' Alleanza Curda, la coalizione dei partiti curdi, con 2.175.551 voti e 75 seggi. La lista del premier Allawi, una lista sciita laica, si aggiudica 40 seggi grazie a 1.168.943 voti. I seggi rimanenti vengono spartiti tra la lista dell' attuale presidente iracheno, il sunnita Al Yawar, i turcomanni, il Partito Comunista, il partito dei cristiani Siri ed altre formazioni minori.
Sarà il parlamento ( con maggioranza di due terzi ) a nominare il Consiglio presidenziale ( presidente e due vice ) che all' unanimità designerà il premier. Premier che dovrà dar vita all' esecutivo e presentarsi al parlamento per ricevere la fiducia.
Ad aprile ci sarà l' avvicendamento con il premier ad interim, Allawi. Gli appuntamenti successivi riguardano la carta costituzionale, di cui verrà proposta una bozza e sottoposta a referendum popolare per l' approvazione. Quando ( con i due terzi dei voti ) l' assemblea approverà la carta si svolgeranno le nuove elezioni parlamentari.
Naturalmente si sono tenute anche elezioni a livello locale, con cui sono stati sostituiti i reggenti ad interim con amministratori eletti.
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Il raggruppamento sciita viene spesso descritto come un gruppo di fondamentalisti religiosi che sognano l' instaurazione di una teocrazia sul modello iraniano.
Una descrizione abbastanza grossolana. Infatti della lista fanno parte i principali esponenti dei due partiti religiosi, lo Sciri ( legato all'Iran ) e il Dawa ( di cui Jaafari è il leader ) ma anche altre correnti laiche, come l' Iraqi National Congress di Chalabi e molti esponenti dell' imprenditoria moderna, capaci di raccogliere grande consenso in città come Bassora e Baghdad.
A capo del governo siederà probabilmente uno dei principali esponenti della lista sciita 'Lista 169', ovvero Ibrahim Jaafari o Amhed Chalabi.
Secondo le ultima notizie pare certo l' incarico di premier a Jaafari, dato che Chalabi ha deciso di ritirarsi dalla corsa.
Jaafari è un medico proveniente da una importante famiglia religiosa e, nonostante le apparenze, vorrebbe un ruolo importante della religione islamica nella nuova struttura statale irachena. Ultimamente ha mutato la propria posizione riguardo le forze americane nel paese, dichiarando la necessità della loro permanenza per evitare una guerra civile.
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La discussione sulla permanenza delle truppe alleate nel paese ha avuto parte importante nelle diverse proposte elettorali. Le forze politiche che hanno conquistato la maggioranza dei seggi parlamentari, dai curdi di Talabani al premier ad interim Allawi fino ad Al Sistani, parlano di un ritiro degli alleati, ma a tempo debito, accettano la loro presenza per la ricostruzione del paese.
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In Occidente l' esito delle elezioni irachene è stata una vera e propria doccia fredda per tutti coloro che hanno deriso gli americani e sperato fino alla fine nel loro fallimento.
Tutti questi dotti signori si sono affrettati a dire che il successo delle elezioni è indubbiamente una cosa positiva, affermazioni ovvie almeno per salvarsi la faccia e dimostrare la loro fede nella democrazia.
Infatti subito hanno precisato che 'l' intervento militare rimane sbagliato, perchè la democrazia non si esporta con le bombe'.
Cadono così in una contraddizione che li contraddistingue, che contraddistingue gli antiamericani di professione, i quali iniziano a rivedere le proprie previsioni catastrofiche alla luce degli eventi fino alla constatazione della bontà dell' azione voluta dal Presidente Bush.
Non è certo un comportamento nuovo, ma bensì il comportamento di chi era ( ed è ancora ) comunista fedele a Mosca, di chi predicava ' meglio rossi che morti ' sognando in cuor suo questa trasformazione dell'Italia.
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Bisogna anche capirli: persone che hanno visto crollare tutto il loro impianto ideologico nutrito e diffuso per generazioni, proprio a causa degli Stati Uniti d' America, non possono non nutrire rancore e disprezzo per chi ha distrutto le loro illusioni giovanili.
In Medio Oriente la 'distruzione creativa' dello status quo innescata dalle scelte del Presidente Bush sta dando i suoi frutti : elezioni in Palestina e ripresa dei colloqui tra Israele e la nuova leadership dell' Anp ; ritiro dei coloni dagli insediamenti nella striscia di Gaza decisa da Sharon ; proteste e manifestazioni in Libano dopo l' uccisione del leader dell' opposizione Hariri contro il governo marionetta siriano del paese dei cedri, contro l' occupazione militare e contro il presidente siriano Assad.
Forte di cio, della ragione che i fatti gli danno con il passare dei giorni, Bush è venuto in Europa non spostandosi di un centimetro dalla propria linea, anzi rimarcando il problema della proliferazione nucleare in Iran e non escludendo nessun tipo di intervento. Ha rilanciato la necessità dell' unità atlantica ma sicuramente da una posizione di forza.
Dobbiamo solo sperare che i paesi europei prendano atto di tutto cio e ravvedano le proprie posizioni nei confronti degli States, dell' Iraq e del terrorismo islamico.
Per evitare di essere poi costretti, un giorno, a reclamare il loro aiuto per la nostra sopravvivenza.
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J.Landi
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n.d.r.
L’immagine di copertina è tratta da un manifesto della “Futur Iraq Assembly”, un movimento che si è presentato alle elezioni iraquene. Gli altri frames sono tratti da uno spot della stessa organizzazione intitolato “We’ll remain. They wont” andato in onda nelle televisioni del paese durante la campagna elettorale.
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