La Passione di Cristo
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<p>VOTO: 4
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Il sacrificio di Gesù in salsa horror.
Se ogni epoca ha il suo Cristo, se negli anni ‘70 ballava e cantava in un musical, quello dei nostri tempi è rappresentato in un preciso e terribile documentario sulla realtà dei fatti. Scrupoloso nei dettagli più raccapriccianti. Morboso nell’inquadrarli da vicinissimo.
Incapace di rappresentare l’aspetto divino della figura di Cristo, ci si concentra per due ore sullo scempio delle carni.
Inutile in quanto film religioso, si riduce ad un ottimo documentario didattico sul mondo bestiale di duemila anni fa.
Un’ulteriore specchio della nostra epoca: tanto sangue, zero poesia. Un film che disturba.
Ce n’era proprio bisogno?
L'ipercattolico Gibson dice di aver dato per primo la martellata nella mano di Gesù nella croce come a rappresentare l'espiazione di quel periodo di tormenti e depressione che lo aveva portato sulla soglia del togliersi la vita.
Ma il sacrificio del suo Cristo ha in sè qualcosa che lo allontana da quella dimensione spirituale che dovrebbe perseguire.
E non è poco, essendo la storia quasi in tempo reale della Crocefissione.
C'è qualcosa di pagano in queste due ore di mattanza. Qualcosa che richiama un po alle uccisioni sacrificali: l'ossessione del sangue, ad esempio, sempre presente, in ogni frame.
Un film che disturba, fino a far distogliere gli occhi.
Difficile dire bello o brutto. Sicuramente truculento, ma non emozionante. Un colossal dell'horror, una macchina che genera sconcerto, forse fanatismo, ma non spiritualità.
E quindi dopo il sangue la visioni di mostri, bambini deformi in collo al diavolo, ingrandimenti sui vermi che mangiano le carni; un repertorio horror completo, ma senza la tensione e la suspance che caratterizza quel genere di film. Sangue, morte, violenza e immagini fantasy raccapriccianti. Tutto qua.
Si individuano ben definiti i nemici della cristianità, e allontanandosi ancora più dal sacro, il film diventa preludio possibile di ogni intolleranza religiosa.
Aveva ragione Franco Zeffirelli. La sua critica non era dettata da invidia e dalla paura del confronto con il suo, di Cristo.
Il regista toscano si ricorda di quando, girando con Mel Gibson Amleto, quest'ultimo trafisse con la spada un topo durante le riprese, restandolo a guardare mentre agonizzava: "Mel, perfettamente calmo sta ora con me dietro la macchina da presa ad osservare questo impressionante primo piano. Si avvicina a Holm, gli si inginocchia accanto e quasi gli sussurra: ëUn animale ferito a morte non resta con lo sguardo fisso ma rotea gli occhi negli ultimi spasimi, prima insieme, poi in direzioni opposte... Come uno strabico insomma, fa quasi ridereû.
Holm è stato ad ascoltarlo: ëE tu come lo sai?û. Mel sorride. ëNe ho visti morire tanti. Gli occhi sono gli ultimi a fermarsi, subito dopo il cuore, pochi secondiû.
Comincio a interessarmi: ëNon hai risposto a Ian: come lo sai?û.
Mel si stringe nelle spalle: ëQuando posso, per rilassarmi, vado nei miei allevamenti e ne ammazzo tanti di vitelli nei giorni di mattanzaû.
Restammo impietriti. Mel continuo perfettamente a suo agio: ëMa con la pistola quelle bestie muoiono troppo in fretta. Si capisce meglio quello che gli succede attraverso gli occhi dei vitelli quando li sgozziamoû.
ÃË davvero un mistero quest' uomo geniale, un grande, magnifico attore, che è sinistramente attratto dalla più sfrenata violenza, dagli occhi che segnano il confine tra la vita e la morte. Come quelli di Luigi XVI, che si dice si mossero nella sua testa mozzata, spaventando anche i suoi più accaniti ed impietosi nemici, che erano sotto la ghigliottina. Poi venne Braveheart e i suoi ultimi venti minuti con lo strazio delle torture e dello scempio inflitti all' eroe scozzese.
Quando seppi che Gibson aveva deciso di girare un film sulla Passione di Cristo cominciai a preoccuparmi. Conoscevo bene la cultura familiare in cui era cresciuto, dominata da un padre che considera i Concili romani la tomba del cristianesimo, e sospettavo già che più che il messaggio del Divino Martire a spingere Mel in questa difficile impresa era piuttosto lo strazio delle carni, i suoi tormenti, il sangue. E infatti: sotto con gli effetti speciali! Si arriva alla fine sconvolti, disgustati, flagellati e straziati anche noi. E non è escluso che qualcuno perda i sensi come successe a Glenn Close.
Diavolo di un Mel, il colpo gli è riuscito: un fiume di sangue e di miliardi. Ma a noi cosa resta?"
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