La necessaria cultura del conflitto
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<p>“La pace e la concordia sono auspicabili e preferibili ma dobbiamo essere altresì consapevoli che la pace rappresenta il periodo di tregua tra una guerra e l' altra.
In Italia la presenza di una cultura dominante che ha tentato di porci l' uso della forza per difendere noi stessi e la nostra esistenza come un atto moralmente inapplicabile risulta evidente.
Nella migliore delle ipotesi, infatti, ci parlano di un paradiso possibile, mentre noi siamo immersi in un inferno certo e dobbiamo cercare di venirne fuori”.
"Guerra, il pensiero necessario". Così titolava la prima pagina del nuovo L' Indipendente diretto da Giordano Bruno Guerri giovedì 15 aprile 2004.
Sottotitolo "L' Iraq ci trascina di nuovo nella storia. Finisce un' anomalia". L' ottimo pezzo è firmato da Piero Visani.
La prosa chiara e veloce di Visani ci sbatte davanti la mancanza di una cultura del conflitto nel nostro paese e non solo, causata da cinquant' anni di indottrinamento al "paradiso in terra", alla pace strumentale individuata addirittura nella politica estera di Stalin e dell' Urss verso l' Occidente.
Con alcune frasi chiare viene espresso un pensiero che attraversa le coscienze : "Siamo in guerra : dobbiamo quindi attrezzarci a una vera cultura del conflitto. In sua assenza siamo condannati a una condizione di minorità che è prima di tutto politica e psicologica".
Questo articolo puo veramente diventare un manifesto per chi considera, realisticamente e guardandosi indietro, la pace e la concordia auspicabile e preferibile ma è consapevole che la pace rappresenta il periodo di tregua tra una guerra e l' altra.
Proprio osservando la storia ci accorgiamo della veridicità delle parole di Visani : gli ultimi cinquant' anni in Europa hanno rappresentato un' eccezione della storia, un periodo di pace e di dialogo tra nazioni senza precedenti.
Ma da qui a negare la realtà del mondo intero, ovvero il tema "conflitto" come parte della natura umana, come agente non estrapolabile dal mondo finchè abitato da persone, ce ne passa.
Eppure questo rappresenta "(...) un interrogativo che in Italia molti non avrebbero voluto mai porsi e che molti altri, con deplorevole ostinazione, hanno cercato di fare sì che si potesse porre nel peggiore dei modi. Come se esorcizzare una realtà temuta potesse impedire il suo manifestarsi, che invece è puntualmente avvenuto".
Che in Italia ci sia stata una cultura dominante che ha tentato di porci l' uso della forza per difendere noi stessi e la nostra esistenza come un atto moralmente inapplicabile risulta evidente.
Questo tipo di pensiero ci sta sicuramente danneggiando in questo periodo in cui sembra riaprirsi la necessità di lottare per la nostra sopravvivenza, lotta culturale e anche militare.
Conclude Visani "(...) le categorie intellettuali e gli strumenti culturali che sono stati diffusi a piene mani nel Paese si dimostrano straordinariamente insufficienti a comprendere la realtà. Nella migliore delle ipotesi, infatti, ci parlano di un paradiso possibile, mentre noi siamo immersi in un inferno certo e dobbiamo cercare di venirne fuori. Non ci resta dunque, come italiani, che cominciare a ripensare la guerra. Non perchè un atto del genere ci riempia di gioia, ma perchè riappropriarsi di una cultura del conflitto è un atto fondamentale, è una prova di maturità, è l' unico modo per uscire da quella condizione di minorità culturale, politica e psicologica in cui le ideologie dominanti in questo Paese ci hanno fatto scivolare e per colpa delle quali rischiamo di pagare un prezzo carissimo". Amen.
J.Landi
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