Closer

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<p> VOTO: 8
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La cosa di cui hanno più assoluto bisogno i protagonisti di Closer è il reinnamorarsi. Non tanto di una persona, ma di quei momenti, intensi, irripetibili, che segnano l’inizio di una storia.
La possibilità di vedere l’amore che già si ha accanto, non è che non viene rappresentata o viene vissuta con disperazione, semplicemente questa possibilità non viene nemmeno presa in considerazione.
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</br> </br><p>Closer è uno dei rari film che una volta usciti dalla sala, nè commosso, nè terrorizzato, nè divertito, puoi dire un liberatorio: “Finalmente”.
Sì, finalmente. Perchè un film così, siamo chiari, non si vedeva da un bel pezzo.
Ci troviamo nella Londra contemporanea, un dermatologo, una fotografa, uno scrittore di necrologi e una spogliarellista incrociano per caso le loro vite e danno il via ad un balletto (stupendo) di amore, sesso e tradimento.
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Lo sguardo del regista, il settantenne Mike Nichols è, forse in virtù dell’età, privo sia di qualsiasi retorica sentimentale sia di qualsiasi velleità da commedia, come i protagonisti, Julia Roberts in testa, potrebbero suggerire.
Quello di Nichols è un racconto lucido, senza sbavature, oseremo dire documentaristico, sul tema del tradimento. Non si vuole far scorrer lacrime ammicando alla platea ma semplicemente presentare, con voluto cinismo, la realtà per quella che è.
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<p> I protagonisti sono innamorati dello stesso concetto d’amore: vivono per assaporare quel momento iniziale, da primo incontro. Sono naufraghi nelle strade della metropoli londinese, alla ricerca continua, e inevitabilmente insoddisfatta, di quel lasso di tempo, breve, brevissimo, che è la passione iniziale.
Tutti sono già fidanzati, ma nessuno sembra porsi il problema nel momento in cui si ritrova attratto da un’altra persona. La persona amata che hanno accanto, e che tradiscono, potrebbe dar loro le stesse sensazioni, magari ben più sincere, ma loro non se ne curano, perchè la cosa di cui hanno più assoluto bisogno è il reinnamorarsi non di una persona ma di quei momenti, intensi, irripetibili, che segnano l’inizio di una storia.
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La possibilità di vedere l’amore che già si ha accanto non è che non viene rappresentata o viene vissuta con disperazione, semplicemente questa possibilità non viene nemmeno presa in considerazione.
La conclusione di Nichols è che accorgersi dell’importanza di chi si ha accanto mentre stiamo con lei è impossibile. Senza retorica, senza dissertazioni sull’amore. Semplicemente impossibile. Il resto è tutto una conseguenza di questa assoluta impossibilità.
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Guardando Closer non assistiamo ad una tragedia; le sensazioni che ci trasmettono i protagonisti nei loro (numerosi) primi approcci, hanno paradossalmente la parvenza della sincerità. I sentimenti sono veri come la loro smania di nuovo, come i loro dialoghi crudi, volgari, ma che non disturbano mai.
Fa pensare come nessuno di loro riesca alla fine a trovare la propria serenità.
La sequenza finale, in cui vediamo il marciapiede di una New York affollatissima e spersonalizzante, è la perfetta icona del caso, che governa, alla fine di ogni retorica, le vite e gli incontri di tutti quanti noi.</p>